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Da tempo immemorabile
con questa formula si indicò la manifestazione rurale più nota di tutta la
Sicilia occidentale, tanto che di essa se ne decantava l’eccellenza in un
antico proverbio . Nella zona soprastante le odierne scuole elementari, pendio
incolto ai limiti estremi del paese adibito allora a fumirari, era un
esteso brulichio di uomini e animali, vacche e jinizzi, muli e asini,
pecore e capre, pochi superbi cavalli, in un assordante rincorrersi di ragli e
nitriti, belati e muggiti, voci e richiami. Improrogabilmente il 14 settembre,
celebrazione dell’Esaltazione della Croce, era rito atteso gironzolare fra gli
animali e l’odore irripetibile dei loro fumanti escrementi, avvicinarsi ai
probabili compratori che vagliavano le qualità delle bestie, scrutavano
alzando gli zoccoli o aprivano con due dita le froge per verificare
l’integrità dei denti, carezzavano da furbi intenditori vello e mammelle. La
contrattazione in un concitato e animoso alterco si chiudeva col gesto più
valido e sacro di un atto notarile, una poderosa stretta della destra. Lungo
tutta la piazza fino a
via Rullo la sfilata di bancarelle con il
completo assortimento di oggetti di casa e strumenti da lavoro. E il vociare
dei venditori che si accaloravano nel proporre mante e tovaglie a prezzi
sempre più bassi, o l’accalcarsi intorno al banco del riffatore di inutili
oggetti o al giocatore di dadi e delle tre carte. E l’odore che profuma ancora
nel ricordo della rituale cubaita e dello zucchero filato, le paffute
bambole ripiene di segatura, i fucilini e le pistole di latta a pressione per
i quali i bambini facevano il giro dei parenti perché facessero loro “la
fiera”. Era l’occasione unica per fare gli acquisti annuali con gli scarsi
guadagni del raccolto e prima del precipitare del gelido inverno, quando era
da venire l’insano consumismo dei mercatini settimanali.
Fu il 9 gennaio 1789 quando il priore del convento dei Carmelitani di S. Angelo,
padre Giuseppe Sparacio, reclamò a sindaco e giurati (consiglieri) il pagamento
di un’oblazione abolita
con la nuova gestione del consultore della Magione,
marchese Simonetti, ma che il convento godeva da quasi un secolo per un “trino”,
concesso “per far la fiera con franchezza”, il 5 maggio, “nel giorno in
cui si solennizzava la festa di S. Angelo”, santo ebreo ritiratosi sul Carmelo e
martirizzato in Sicilia. Infatti in un anno imprecisato, siccome la fiera “non
apportava qualche vantaggio al Convento”, mantenendogli l’offerta, si era
pensato “dai Giurati, Popolo e Barone di pregare il Priore e i Padri di quel
tempo finché convenisse di accordare la commutazione di detta fiera nella
solennità dell’Invenzione della S. Croce”, che sarebbe tornata “in vantaggio del
pubblico per essere il giorno destinato alla solennità dell’Invenzione della
Croce più proprio al concorso” di gente. Da allora essa diventò prerogativa del
Comune e risultò una solida fonte di guadagno per l’affluenza dei numerosissimi
mercanti del territorio, tanto che rare volte si interruppe, neppure davanti al
terrore del ricorrente colera e ai divieti governativi, emanati dai sindaci e da
loro stessi non fatti rispettare.
Tratto da un articolo del Periodico