Stemma di Prizzi
 
 Vista di Prizzi

 

 

 

 

 

 

 

La festività di S. Giuseppe, che precedeva il gaudio della liberazione dalla morte e dal peccato con la Pasqua, esprimeva fino a qualche decennio fa il momento di solidarietà popolare, quando le provviste di grano erano agli sgoccioli e molte famiglie erano ridotte letteralmente alla fame. In quegli anni di vita grama e di ristrettezze estreme sorse l’uso della solidarietà e dell’aiuto dei privati ai poveri, che nella società rurale di sussistenza prese corpo con lu cummitu di S. Giuseppe. La celebrazione del santo dei lavoratori e specificamente dei falegnami cadeva in un momento in cui erano assenti le elargizioni pubbliche  e l’infima parte del grano raccolto toccategli, Dio e tempo permettendo, era ormai esaurita.  Il convito comportava grande lavoro. Oltre alla raccolta dei prodotti di stagione il peso più grave era la preparazione dei “santi” e degli animali di pasta. Questa, impastata con la sbria – chissà quanti giovani conoscono questa gramola formata da una tavola su cui è imperniata una stanga di legno che si alza e abbassa con forza – era portata a braccio al forno. La pasta è del tipo “ben impastato”, citata da Catone nel III sec. a. C. Con essa si plasmano ancora immagini approssimative dei santi e dell’ostensorio, ma anche di ex voto a forma di uccellini e pecore, di attrezzi di lavoro, palme e fiori, fino alla mano umana, impreziositi da disegni e volute e spalmate di uovo, che conferisce il tipico colore giallo. I “santi”, busti quasi a grandezza umana, rappresentano con precisa simbologia la Sacra Famiglia, paradigma di quella umana, spesso integrata da S. Anna a seconda della prodigalità e valore del voto. Le immagini, disposte su una tavola addobbata con le tovaglie “buone”, sono adorne di primizie, arance, carciofi e finocchi dolci. Il momento della cena sacra offerta per voto ed espiazione si svolge, dopo le preghiere di obbligo, secondo una sequenza fissa di primi e secondi. Immancabili il riso bollito condito solo in quella occasione con zafferano, la pasta con sugo di asparagi e mollica fritta, gli involtini di finocchi selvatici e di cardi fritti con uovo e  il baccalà, ma esclusivi e tipici “li sfingi di S. Giuseppe” e “li pignulati”. Oggi la stessa ritualità è osservata oltre che a Prizzi in numerosi paesi dei Sicani, da Vicari fino a rinomati conviti di Salemi, noti al turismo e la palato palermitano.Riportiamo la preghiera che va recitata tre volte consecutive prima dell'inizio del pranzo dei santi:

San Giuseppi fici la cena

Cu Maria e Maddalena

La fici cu paroli duci

Manciammu tutti

E facemmo la cruci

Articolo tratto dal Periodico