Stemma di Prizzi
 
 Vista di Prizzi

 

 

 

 

 

 

NICOLO’ ALONGI

Giuseppe Rumore

Pippo Vaiana

Giuseppe De Marco

VITO MERCADANTE

 

 

NICOLO’ ALONGI

Sorprende scoprire che un grande personaggio come Nicolò Alongi, dirigente politico, intellettuale autodidatta, sia rimasto pressoché sconosciuto persino dalla sinistra democratica alla quale dedicò la sua vita; sorprende ancor di più il fatto che un uomo di così grande levatura politica e morale sia caduto nell’oblio anche per i prizzesi. A strapparlo dal dimenticatoio è stato nel 1997 G. Carlo Marino, nel libro “Vita politica e martirio di Nicola Alongi, contadino socialista” , da cui si evince che la sua storia si intreccia con quella  del socialismo e dei movimenti popolari in Sicilia dalla fine dell’Ottocento al primo dopoguerra, legata inesorabilmente alla società del latifondo ed alle sue gerarchizzate figure di camperi, gabelloti, proprietari medi e agrari aristocratici proprietari di latifondi. Pertanto, l’esperienza di Alongi va letta in correlazione al contesto storico del suo tempo e in un continuo confronto con il relativo ambiente agricolo caratterizzato dai patti agrari, fatti rispettare con l’uso della violenza, considerata legittima, dai camperi. Nicolò Alongi entra nel movimento dei fasci siciliani all’età di trent’anni, sposando le idee del dirigente socialista del circondario di Corleone, Bernardino Verro, diventandone seguace, e inagurando, nel 1893 a Prizzi, il Fascio dei lavoratori, con l’obiettivo di contrastare i patti angarici, di rafforzare il potere contrattuale di affittuari e di coloni e di eliminare l’intermediazione parassitaria dei gabelloti. La repressione dei Fasci dei lavoratori, decretata da Franceso Crispi nel 1894, provoca l’arresto dell’iniziativa popolare e del partito socialista; Alongi riesce a sottrarsi al carcere, al quale fu invece condannato  Verro, per non essere tra i dirigenti più in vista del movimento. In realtà egli,  più che essere un astratto predicatore della liberazione contadina, è un contadino che può contare sui consensi derivanti dalla solidarietà tra poveri ed oppressi: ciò gli consente di riunificare le disperse forze dei fascianti del paese e di conferire un nuovo impulso politico alla “Società di mutuo soccorso” di Prizzi. E’ lo sciopero agrario del 1901, iniziato in agosto e conclusosi in dicembre con una vittoria dei contadini guidati da Alongi, ad accreditarlo come sindacalista e maturo dirigente del movimento. Nel 1907 viene eletto al Consiglio comunale a capo di una piccola rappresentanza socialista. L’impegno di Alongi e di Verro apre in Sicilia la stagione del socialismo rurale: si costituiscono altre “Leghe di miglioramento” e si riunisce a Prizzi, un Congresso contadino zonale per il coordinamento delle attività delle Leghe socialiste; la Lega di miglioramento prizzese, di cui Alongi è ininterrottamente presidente, raccoglie fin dalla sua nascita circa duecento militanti socialisti. Il riformismo agrario, che puntava sull’assunzione diretta di affitto di uno o più ex feudi da parte di una società o lega di contadini, subisce un grave colpo con i delitti di L. Panepinto a S. Stefano Quisquina nel 1911 e di  Verro a Corleone nel 1915. Due sono i meriti che fanno di Alongi un grande uomo della storia: il primo, sta nell’avere capito i limiti del riformismo agrario e nell’avere puntato alla diretta e piena acquisizione in proprietà delle terre da parte dei contadini poveri; il secondo, andando oltre le posizioni dello stesso Verro, consiste nell’essere stato il primo dirigente contadino capace, dopo i fasci di fine ottocento, di ricongiungere i lavoratori nella formula dell’alleanza operai-contadini. Consapevole delle analogie delle condizioni dei contadini con i problemi degli operai della città guidati da Orcel, e della necessità di un contributo di forze da cercare fuori dalle campagne, Alongi, riesce a costituire a Prizzi, piccolo e sperduto paese di montagna dell’entroterra siciliano, un nucleo contadino aperto alla cultura operaia grazie alla collaborazione del poeta compaesano  Vito Mercadante, organizzatore attivo del movimento operaio a Palermo. Nel 1919  il Decreto Visocchi assicura affitti convenienti alle coperative di produzione e lavoro contadino, esautorando i gabelloti per arrivare più tardi all’assegnazione delle terre incolte. A questo traguardo la mafia risponde con l’assassino di V. Zangara prima, e di G. Rumore dopo, alla cui uccisione segue quella di Nicolò Alongi. Nella notte del 29 febbraio del 1920 in una strada di Prizzi a pochi passi dalla sede della sua “Lega di miglioramento” dove stava recandosi per presiedere  una riunione, cade per un colpo di fucile, seguito poco dopo da altri due colpi inferti al petto e al fianco che lo lasciano morente a terra;  Alongi sapeva da tempo di essere stato condannato a morte dalla mafia  e l’aveva addirittura scritto qualche giorno prima, commemorando il sacrificio di Zangara per La Riscossa socialista, definendosi “un morto in licenza”: “So che si congiura contro di me, che si vuole attentare alla mia vita (…) non so se domani potrò ritornare ad abbracciarvi, ma sono sicuro che altri sorgerà a sventolare la bandiera che mi si vuole strappare di mano”.Il 3 marzo, Palermo operaia, risponde al martirio di Alongi, con un imponente manifestazione. La domenica successiva al delitto si ha quella che si può considerare, senza dubbio, una delle prime manifestazioni pubbliche contro la mafia. La vita di Alongi,  a capo di una battaglia volta a migliorare le condizioni del mondo contadino, merita di rivivere nella  nostra memoria storica e di essere proiettata nel futuro.

Daniela Amato

 

Giuseppe Rumore

All’interno del movimento contadino sviluppatosi a Prizzi nei primi del ‘900 mosse i suoi passi Giuseppe Rumore, segretario della Lega di miglioramento e della sezione del psi ,considerato non a caso il più concreto e il più idoneo a riunire i contadini combattenti sotto l’egida della bandiera rossa della lega. Rumore, allievo e stretto collaboratore di Nicolò Alongi, si presentò subito come il nemico più pericoloso del sistema mafioso, che legava alla logica dell’appartenenza  il fine per annientare le rivendicazioni sociali per le quali lottavano i contadini reduci dalla grande guerra, durante la quale si era aperta la questione del latifondo. I lavoratori dei campi dovettero fare i conti, anche, con chi era riuscito ad imboscarsi e chi godeva di privilegi notevoli, giacché i proprietari terrieri corrispondevano al ceto politico locale e i gabelloti mafiosi. Questi, a  Prizzi, potevano contare sul beneplacito silenzioso dei rappresentanti dello Stato, anzi una vistosa connivenza veniva ravvisata tra i due poteri: quello legale e quello mafioso, come denunciato più volte dallo stesso Alongi. L’obiettivo principale di Rumore era l’occupazione dei latifondi, sotto la spinta del suo esplicito radicalismo rivoluzionario del quale si servì per organizzare con Alongi lo sciopero delle campagne prizzesi il 31 agosto 1919. La sfida alla mafia fu dunque dichiaratamente aperta e spregiudicata tanto che quest’ultima ne venne sconvolta e mostrò di voler ricorrere ad ogni sopruso  pur di fermare il movimento. In questo clima di tensione Rumore si rivelò il personaggio scomodo da eliminare, affinché fosse ben chiaro che il sistema presidiato dalla mafia comprendeva le precedenze nella scala dei diritti che formava la distribuzione del territorio. Nella notte del 22 settembre, davanti casa sua, fu ucciso con due colpi di fucile. Inadeguata si rivelò la reazione dei vertici nazionali del partito socialista che, dalla pagine dell’ Avanti! onorò retoricamente il “nuovo martire” con i “ fiori rossi della solidarietà socialista.” Gli operai della Orcel di Palermo riuscirono invece a organizzare un’ azione tangibile a favore della famiglia di Rumore, mentre le autorità locali lasciarono che la commozione si stemperasse in indagini depistanti, con lo scopo di far cadere nel silenzio più assoluto il fatto. Il movente dell’omicidio fu ricondotto  nel quadro della lotta per la sopravvivenza di gente senza importanza, ovviamente furono coperte le responsabilità dei proprietari e dei gabelloti che, secondo il capitano Menichetti,  non avrebbero avuto nessun interesse a commissionare l’omicidio di Rumore.Fu Alongi, dalle pagine de La Riscossa Socialista, a infiammare gli animi in tutta la Sicilia svelando i retroscena dell’omicidio del suo allievo, accusando apertamente “la polizia e la magistratura” di aver assicurato l’impunità dell’assassino, per poter continuare i loro sordidi legami con la “cricca borghese” locale. Alongi, inoltre, era deciso a portare avanti il programma caro a Rumore: unire le forze con le altre leghe contadine della provincia di Palermo, ed avviare l’occupazione dei latifondi. Sperava di poter spazzare via dal sud il sistema del dominio capitalistico e il vecchio ordine del latifondo, ma sentiva su di se l’attenzione fatale della mafia, la stessa che aveva definito la sorte di Rumore, e che lo colpì con precisione cinque mesi dopo  la morte del compagno.

Adelaide Spallino

 

Pippo Vaiana

E’ sempre difficile parlare di uomini di così grande levatura scientifica e morale; nel farlo, difatti si rischia di essere retorici o riduttivi. Proveremo anon essere né l’ uno né l’ altro, ma a ricordarlo affettuosamente, rinnovandolo nella memoria collettiva dei prizzesi, nel rispetto dei sentimenti della moglie e dei figli.Il prof. Pippo Vaiana nacque a Prizzi nel 1935, conseguì la Laurea in Ingegneria elettronica presso l’ Università di Palermo e subito dopo partì per uno stage ad Harvard e da lì si spostò a Cambridge, presso l’ American Science and Enginering, dove spinse al massimo la ricerca astronomica a raggi X, iniziata, dal prof. Bruno Rossi e dal prof. Riccardo Giacconi non senza difficoltà e tra lo scetticismo dei colleghi. Divenne presto direttore del reparto di Fisica Solare, e guidò lo sviluppo dei telescopi X, dapprima con numerosi voli su razzi ed infine con la missione Skylab nel 1972 - 73, durante la quale il telescopio Apollo rivoluzionò lo studio della corona solare. Per la prima volta infatti se ne ottenne una visione dettagliata in assenza delle eclissi. Grazie ai raggi X si ebbero foto ad alta precisione di: regioni attive, buchi coronali, cavità coronali, punti brillanti e soprattutto rivelarono l’ influenza del campo magnetico nel causarne forza e dinamica. Il prof. Vaiana si convinse che la stessa osservazione potesse essere eseguita anche su altre stelle e fu proprio al Center for Astrophisics dell’Università di Harvard e della Smithsonian Institution che assunse la direzione del programma scientifico per lo studio delle corone stellari ottenendo, grazie ai telescopi X l’ indicazione dell’ età delle stelle. Nel 1975 Vaiana, vinse due concorsi universitari in Italia: uno presso la cattedra di Fisica Solare a Firenze ed uno alla cattedra di Astronomia di Palermo. Scelse quest’ ultima, consapevole di ritrovarsi a dirigere un Osservatorio, un tempom prestigioso, ma ridotto a un laboratorio quasi inesistente, con un solo anziano ricercatore e con fondi zero, che divenne una fucina di attività scientifiche rispettata dalla comunità internazionale. Il suo è l’ esempio di come l’ Italia sia sempre stata genitrice di menti eccelse, capaci di confrontarsi egregiamente con i colleghi che all’ estero hanno ben più possibilità di svolgere al meglio il proprio lavoro. Da anni in Italia persiste una intollerante carenza di investimenti a favore della ricerca, che vede gli sforzi di studiosi appassionati, infrangersi contro la mancanza di strutture adeguate, contro la precarietà economica a cui sono sottoposti e che fa loro desiderare di recarsi fuori dai confini della propria terra. Quello che può frenare la cosiddetta " fuga di cervelli " è l’ attuazione di una politica capace di rendere la ricerca scientifica italiana, parte integrante della vita socioeconomica del paese, come già avviene negli USA. La scelta di Pippo Vaiana di ritornare non solo in Italia, ma nella sua regione di origine, dove le difficoltà sarebbero state di gran lunga maggiori che in altre, è stata la scelta coraggiosa di un uomo più che di uno scienziato. Un uomo vicino alla sua gente, legato alle proprie radici e forse per questo, l’ unico in grado di potere prendere in mano il disastrato Osservatorio Astronomico di Palermo, che porta il suo nome, e di condurlo all’ alto rango che merita. Una scelta che gli ha permesso di attingere, dai luoghi che gli erano cari, una grande forza e probabilmente, una sorta di eroica ostinazione a non arrendersi di fronte agli ostacoli, di fronte all’ enorme dislivello esistente tra le proprie elevatissime capacità e la povertà strutturale in cui lavorare. In fondo quello di Pippo Vaiana è stato un lavoro fatto di sogni, di speranze da coltivare nello spazio e da far fiorire da noi, un lavoro che non gli ha impedito di avere la testa tra le stelle ed il cuore nella sua terra.

Adelaide Spallino

Si ringrazia per la gentile collaborazione la Sig.ra Stefania Vaiana

 

Giuseppe De Marco

Ha il sapore di una storia dal gusto retrò la vita di  Giuseppe De Marco, prizzese nato alla fine dell’ottocento, che ha vissuto in prima persona l’avventura pionieristica dell’aeronautica in Italia.Una foto in bianco e nero  del 1915 lo ritrae a fianco di Guglielmo Marconi  che lo aveva voluto come pilota di un Caudron G.3 sul quale aveva sperimentato in volo la radiotelegrafia, fino ad allora ritenuta di scarsa utilità da piloti ed alti comandi. La sperimentazione avvenne all’aeroporto di Torino-Mirafiori e la famosa “S” radiotelegrafata dall’aereo raggiunse l’apparecchio ricevente installato nella postazione a terra.  Per trovare le origini della passione per il volo di De Marco, dobbiamo fare un ulteriore passo indietro e andare al giorno in cui i suoi occhi avevano seguito l’aereo di Roland Garros  che sorvolava Palermo. Il suo sogno si realizzò nel 1915 quando conseguì il brevetto di pilota civile nr. 330 su monoplano Chiribiri, e il brevetto  militare nr. 71sul Caudron G.3.  Nel 1916 divenne pilota dei caccia Nieuport e dei ricognitori Pomilio, mentre è del 1917 l’abilitazione a poter pilotare gli idrovolanti FBA. La  I ^  Guerra Mondiale lo vide così testimone diretto  del fronte,  dove svolse il proprio impegno militare con  diverse squadriglie fino ad approdare, sul finire del confronto bellico, alla 270^ Squadriglia idrovolante di Palermo dove, oltre al normale servizio di sorveglianza delle rotte marine, fu collaudatore dei velivoli FBA che venivano costruiti nel capoluogo siciliano dalla Ducrot.Nel 1919  il fallimento del decollo  dell’FBA concessogli dalla Ducrot,  gli impedì di prendere parte alla “Targa Florio Aeronautica”   alla quale si era iscritto e che lo avrebbe portato a fare il giro aereo di Sicilia.  Il 28 febbraio 1920 terminò la parentesi militare congedandosi col grado di Sergente e ritrovandosi senza un lavoro come gran parte dei reduci.  Gli parve una buona idea quella di acquistare un aereo Caudron G.3/bis, un residuato bellico che ottenne alla “modica” cifra di 13.670 lire, come risulta da regolare lista di spesa scritta di proprio pugno  e tuttora esistente. Il velivolo fu spedito smontato e imballato in casse di legno e fu trasportato dapprima in treno e poi in piroscafo, destinazione Palermo a “ Cascina Marasà”, l’attuale aeroporto di Boccadifalco . Con il suo aereo privato compì voli propagandistici e voli “turistici” : può sembrare strano ma negli anni venti si pagava per fare un giro su un aereo, per provare l’ebbrezza del volo di Icaro con un pilota d’eccezione quale era De Marco.  Ad ognuno dei passeggeri, una volta rimessi i piedi a terra,  De Marco faceva annotare su un libricino l’emozione provata nel solcare le vie aeree, allora così poco sfruttate. Nel 1922 fu tra i fondatori dell’Aeroclub di Sicilia e l’anno successivo il suo aereo, mentre si trovava all’aeroporto di  Catania - Fontanarossa , si schiantò contro un muretto dopo aver rotto gli ormeggi a causa di un violento temporale abbattutosi nella zona.  Fu assunto come collaudatore civile di velivoli militari dalla Ducrot che di lì a poco però chiuse i battenti della fabbrica aeronautica.A soli 32 anni De Marco lasciò definitivamente l’attività di aviatore  e nel 1926 entrò a far parte dei dipendenti comunali di Prizzi. Restano molte testimonianze del periodo: foto, ritagli di giornali,  e tutto quello che gli è appartenuto ha il suono  di un motore al decollo, o il fruscio di un idrovolante sull’acqua, in un tempo lontanissimo in cui gli aerei facevano alzare al cielo gli occhi incantati dei bambini e gli sguardi ammirati degli uomini. Il suo è stato un passaggio leggero, da uomo riservato, in punta di piedi, anzi……di ali.

Adelaide Spallino

 

VITO MERCADANTE

 

Sono alcuni versi del poeta prizzese vissuto a cavallo di due secoli, periodo in cui la Sicilia sonnecchiava, mentre altrove fiorivano ideologie politiche atte a cambiare radicalmente un’intera nazione. Mercadante fu personaggio di rottura; sindacalista dei ferrovieri combattè il liberalismo giolittiano che in Sicilia era sostenuto dalla mafia, combattè contro il clientelismo e il parassitismo: veri e propri mali di certa politica che ha sempre affossato i diritti del popolo. E al popolo del proletariato, dei contadini, Vito Mercadante fu sempre e struggentemente vicino e non se ne discostò nemmeno quando, in pieno periodo fascista, gli fu offerto l’ incarico di sottosegretario dei Trasporti. Anzi, al ministro Rossoni, che andò direttamente a casa sua, fece trovare una stanza piena di garofani rossi e di ferrovieri licenziati dal fascio. Questa presa di posizione dà solo un’idea della complessità dell’uomo Mercadante, complessità che si stempera nei versi dialettali della sua poesia i cui temi appartengono al mondo della quotidianità, e vengono scanditi dallo scorrere fluido delle quartine a rime alternate. Le sue poesie, al di là della considerazione del periodo storico in cui sono collocate, rispecchiano una Sicilia amatissima dal poeta e vista con occhi ora mesti, ora fantasticanti o amorevoli verso quella che egli stesso definisce “terra di tantu amuri e scunsulata” in mano ai gabelloti mafiosi. Amore espresso e ritrovato dal lettore in “Focu di Mongibeddu” che racchiude un percorso umano pervaso completamente dall’intima essenza della sicilianità fatta di passione, soprattutto, e di un pizzico di giusto disincanto. Tra le sue opere ricordiamo “Lu Sissanta” poemetto sulla rivoluzione del 1860 in Sicilia, che scrisse in occasione del cinquantesimo anniversario dell’impresa che Garibaldi compì nell’isola grazie al sostegno del popolo più umile, il cui desiderio di riscatto viene esaltato da Mercadante. Del poeta prizzese citiamo anche una commedia, “Mastro Mercurio”, che gli fu proibito rappresentare al Teatro Biondo di Palermo proprio per la sua resistenza contro il fascismo e, sempre per questo motivo, fu licenziato dalle Ferrovie e vissesorvegliato dalla polizia, con una piccola pensione.

Adelaide Spallino